martedì 23 settembre 2014



                                                              CLICK






Stilista: Giulia Marani
Artista: Andrea Tonnellotto
a cura di Francesca Pergreffi

                                                    
La collezione Click s/s 2015, esposta nello Showroom Angelo Marani in via Fieno 6 a Milano, nasce dalla collaborazione tra la stilista Giulia Marani e il fotografo Andrea Tonnellotto.


Click è uno “scatto” dalle composizioni geometriche colorate che sfociano nell’astrattismo, pur essendo frammenti di reale. Sia Giulia, sia Andrea hanno in comune l’appassionata ricerca per i dettagli apparentemente insignificanti che visti da una certa inquadratura, con occhi sagaci, si trasformano in un tripudio di linee e colori che creano dei microcosmi dall’ atmosfera armonica, sintetica e seducente.
Un’altra passione che accomuna Giulia Marani e Andrea Tonellotto, è la ricerca dei materiali/strumenti necessari al loro processo creativo.
Andrea Tonellotto ha scelto la Polaroid come medium. Nel suo “fare” nulla è lasciato al caso; il fotografo, attraverso lo studio degli elementi (luce, temperatura, esposizione) e i viraggi della pellicola, riesce ad ottenere stupefacenti giochi di colore e ad infondere la tridimensionalità alle sue visioni/scatti  geometrici astratti dall’aure metafisica.
Giulia Marani  ha scelto il tessuto come suo strumento creativo, e per dar vita ai suoi capi compie un’accurata ricerca dei filati  e del loro assemblaggio.

Per la collezione Click, la stilista, si è immersa nell’ archivio fotografico di Tonellotto facendosi travolgere dalle sue atmosfere, ed ha reinterpretato le Polaroid con il tessuto dando vita a capi lineari dal taglio netto ed essenziale con soggetti dalle geometrie sintetiche dalle tinte vivaci ed intense.

Come ad esempio la canotta  a intarsio bianco-nera con seta stampata termolaserata; il Kimono cropped intarsio in viscosa stretch bicolore e il cardigan intarsio in seta e lino con dettagli di trasparenza.
Giulia ha scattato un’ulteriore istantanea della sua poetica che conduce alla coesione Moda e Arte: indossando i suoi capi le opere d’arte non si ammirano più soltanto appese sulle pareti dei musei o di qualche galleria, ma si portano per le strade del mondo, creando così nuove visioni artistiche quotidiane dando vita a nuovi Click!

                                                                                                                Francesca Pergreffi





Giulia Marani 

Nasce nel 1984 a Correggio, piccola città emiliana, in una terra florida di gente generosa piena di coraggio, fantasia e passione. A partire dal 2006 inizia a lavorare alla Marex, azienda di famiglia con trent’anni di successi nel campo dell’abbigliamento, e affianca il padre stilista Angelo. La sua filosofia di lavoro, riassumibile nelle parole “ricercare” e “creare”, è portata aventi con energia e creatività.



Andrea Tonellotto 

Nato a Campo San Martino nel 1974, abita a Piazzola sul Brenta in provincia di Padova. Autodidatta, ha iniziato il suo percorso artistico utilizzando la Leica, dopo aver transitato al medio formato con  l’Hasselblad e la Rollei, è approdato alla Polaroid. Hanno pubblicato i suoi lavori  su varie riviste internazionali, per citarne alcune: Square mag; Temnokomornik; Tripmag ; Pulp revue; European photography; ERRR.  Le sue opere sono nel  sito ufficiale Polaroid e nel sito della Impossible Project.  Tra le sue esposizioni: Festival del Cinema, Roma 2011; Leica gallery prague, Praga 2012; MIA fair, Milano 2012; Le percolateur, Marsiglia 2013; Stroke art fair 2014 (Pablo & Paul gallery), Monaco di Baviera 2014.







martedì 16 settembre 2014



Il sole dei Morti

opere di Massimo Dalla Pola
 
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CONVERSAZIONE





“La gloria è simile a un cerchio nell'acqua che va sempre allargandosi, 
 sin a quando per il suo stesso ingrandirsi si dissolve col nulla”.          
Enrico VI – atto I, scena II (William Shakespeare)                            


 




Massimo Dalla Pola con la serie Il sole dei morti (ispirata alla frase di Honoré de Balzac secondo cui "la gloria è il sole dei morti"), ha evidenziato i paradossi che si nascondono dietro la parola gloria e la sua effimera esistenza.

Il potere e la autorità che si celano dietro ai monumenti, ai luoghi, agli slogan sono pulsanti e a tratti spaventevoli solo nel loro presente; infatti col passare del tempo si tramutano in ombre che si mostrano al mondo in allure decadente.

Questo paradosso ne porta in grembo un altro: perché l’umanità di fronte alla fugacità della gloria e la momentanea potenza dei suoi emblemi persiste nell’ambirla?







 
  
La tua riflessione sulla gloria come frutto dell’esercizio del potere, ti ha portato a compiere una ricerca e una catalogazione degli edifici, dei monumenti e dei simboli della propaganda. Come è avvenuta la tua selezione, quali criteri hai usato per orientarti nelle scelte?



Nessuna in particolare, ho privilegiato le realtà nazionali che sono e sono state più aggressive anche dal punto di vista architettonico/celebrativo (non solo le dittature o i regimi totalitari) e ho cercato di evidenziarne le similitudini formali come ad esempio nelle sculture rupestri del monte Rushmore, nel South Dakota e del giovane Mao a Changsha in Cina.




A tuo avviso, perché in ogni cultura vi è la necessità e l’urgenza di dover accompagnare e sottolineare la potenza, o presunta tale, politica e culturale con degli emblemi?



A volte i simboli servono come veri e propri spot tridimensionali, un abbellimento per rendere socialmente accettabili episodi o periodi terribili (penso ai monumenti celebrativi delle guerre, delle battaglie, quelli ai caduti, di cui l’Europa è tempestata); quando sorgono uno stadio o una chiesa, si realizzano luoghi di imbonimento (un atteggiamento del potere più mellifluo e subdolo) mentre un nuovo grattacielo o il quartier generale di una multinazionale raffigurano appieno l’idea del potere distante e spietato. Solo raramente, perlopiù nella progettazione urbanistica, c’è anche una volontà di grandezza e di ridefinizione ideologico/formale della realtà.



Quali sono oggi i luoghi e i segni del potere?



I luoghi del potere oggi sono le borse finanziarie, che paradossalmente, tendono più a nascondersi che ad apparire (anche se le borse di Shanghai e Shenzhen, costruite negli anni ‘90, sono edifici giganteschi) e probabilmente i luoghi virtuali del potere stanno nei PC dei nostri vicini di casa.




Le opere che compongono la serie Il sole dei morti sono dipinti dal tratto essenziale e analitico. Riecheggiano le illustrazioni che si trovano sui vocabolari e sulle enciclopedie. Questa modalità pittorica sottolinea la tua urgenza di schedatura e il tuo desiderio di descrizione?




Mi piace lavorare per cicli, per flussi e per temperie, procedo ricercando, informandomi e approfondendo, il resto è solo applicazione di una tecnica, che non è la sola disponibile, la migliore, ma la più adatta.



L’essenzialità e la sintesi sono delle peculiarità delle tua poetica. Mi spieghi da dove nascono questa tue necessità?



Il mio intento è quello di realizzare un lavoro con “assenza di mano”, sintetico e antitecnico che, nella realizzazione, si sostanzia in una volontà d’assenza, di nascondere, più che di ostentare, soprattutto nella scelta del nero, un non-colore che riesce a celare, fino a che l’occhio non si avvicina, i contorni, le trame del disegno.




Utilizzando la carta vetrata come supporto delle opere, hai impresso alla serie un sentore di “iperrealismo”. Quei monumenti nel corso della storia mutano, si deteriorano e posso essere utilizzati e percepiti in maniera differente. Poiché la carta vetrata dà l’idea dello sbriciolamento, del “mutamento”, sei riuscito a trasmettere la reale natura dei tuoi soggetti. In altre parole, ad infondere alle opere l’essenza effimera dell’atemporalità dei monumenti. Concordi con me?



Sono molto attratto dai materiali, in questo caso per la irregolarità, la ruvidità, e mi piace che essi vivano per se stessi e assumano un ruolo rilevante nel mio lavoro. Non avevo pensato allo sbriciolamento ma effettivamente l’idea del tempo che passa e quindi del dissolvimento, della sparizione dei dettagli è un altro momento di ricerca che caratterizza la mia produzione (soprattutto quella fotografica) e qui, parlando di gloria e di posteri, direi che la suggestione è centrata.




Visto che il tema di fondo della serie è la gloria e tu sei un artista, scostandoci dalla riflessione sulla gloria come esercizio del potere, per pensarla nel campo dell’arte oggi, secondo te qual è la gloria di un’opera d’arte? E quale la gloria per l ’artista?



La gloria dell’artista è solo formale e a volte non è nemmeno attribuibile, come nei capolavori collettivi delle cattedrali gotiche o romaniche; il contenuto di un lavoro, invece (chi fosse Monna Lisa, ad esempio) è secondario e la gloria del soggetto raffigurato (che è spesso il motivo per cui un’opera d’arte viene realizzata) soccombe rispetto a quella di chi il lavoro lo realizza.

martedì 8 aprile 2014

Agnese Skujina. "La possibilità di un luogo".

una personale dell' artista lettone Agnese Skuijna, 
a cura di Arianna Beretta e Francesca Pergreffi
circoloquadro, Milano, dal 4 al 30 aprile, 2014
spazio Meme, Carpi, dal 17 maggio al 21 giugno, 2014
un mio testo che è nel catalogo "Agnese Skuijna. La possibilità di un luogo"


PARLANDO CON AGNESE …

Francesca: “ In questo momento sento che il tema della natura è più forte di me, è come un prurito interiore che non mi dà pace, da cui non riesco a scappare. La natura è l'unica idea assoluta, l'unica idea che resta per sempre, un punto fermo. E sento che in qualche modo dando forma e colore a quest'idea, la natura, riesco ad avvicinarmi a me stessa, riesco a conoscermi meglio... ”.
Agnese, a partire da queste tue parole, vorrei capire il rapporto simbiotico e conflittuale, che hai con la Natura. Come avviene la scoperta di te, la tua conoscenza, e il tuo ri-trovarti attraverso la creazione formale della natura?
 
 Agnese: Con quelle parole intendevo semplicemente che, dipingendo la natura, in qualche modo ricavo le sensazioni di un ritorno o riesco a ricongiungermi a quei luoghi che in passato, per un motivo o per l'altro, mi hanno toccato dentro. Che mi hanno dato qualche emozione forte o fatto provare sensazioni prima sconosciute. È come se con la pittura potessi compiere un viaggio in quei posti che sono i posti della mia terra e quindi della mia identità. È così che riesco a ricordare che è grazie a quei luoghi che io sono quello che sono.
 
 F: Il tuo processo creativo viene definito da te “meditativo”: “...  le immagini nascono intuitivamente, la mano segue il lavoro dell'intuizione. La mia sensazione è che quando lavoro la mente non partecipa nel processo. La mano supera la velocità della mente. La mano corre e la mente cerca di catturarla, ma non ci riesce.  E io lascio correre la mano”. Vi è comunque una sincronia tra la tua mente e la tua mano o solo un rincorrersi? Quand'è che la mano si rassegna alla mente ... se si può parlare di rassegnazione …
 
A: Il lavoro su questi paesaggi l'ho percepito tanto come meditativo. Probabilmente perché è una realtà che conosco così tanto che riesco a non pensare alle linee e alle forme. E lo stesso accade con la scelta dei colori, che in realtà non è una scelta, li accosto come sento, senza pensarci. Forse perché so che con la natura non puoi sbagliare perché là esistono tutti i colori e tutte le forme.
Penso che c'è sempre sincronia tra mente e mano, quello non puoi evitarlo. Quando la mano si ferma, la mente si accende e comincia ad analizzare la composizione, i colori, e così via. Ma quello che volevo dire è che dipingendo questa serie di quadri ho percepito qualcosa che mai avevo sentito prima.  Per spiegarti meglio forse può essere utile descrivere il mio modo di lavorare. Io lavoro-dipingo a terra, mi chino e così  avverto la sensazione di entrare nell'area del quadro che sto realizzando, su cui sto applicando i livelli di colore. Il processo, in teoria, può sembrare un po' cieco, però mi dà davvero la forte impressione di allontanarmi da tutte le mie conoscenze. Stando seduta a terra, la superficie del quadro è davvero molto vicina a me, quindi non riesco a vedere bene l'aspetto della composizione, le linee e le forme. Ci vuole una certa distanza. Quando mi alzo, comincio ad analizzare quello che ho fatto, poi mi risiedo e continuo. Il lavoro della mente, comunque, continua anche quando esco dallo studio, in qualche modo lo porto sempre con me.
 
F: Guardando i tuoi lavori, percepisco sempre e comunque un equilibrio perfetto, un'armonia totale.  Nulla è lasciato al caso, ogni cosa è perfettamente orchestrata. 
Dopo aver letto le riflessioni che fai sul tuo processo creativo intuitivo e guardando i tuoi lavori, in un primo momento mi è sembrato di cogliere il paradosso: di una visione finale degli elementi accordata e ponderata ottenuta mediante il flusso intuitivo. Poi guardando e riflettendo ulteriormente  ho capito che forse il paradosso non esiste, perché  la consonanza nelle opere si ottiene proprio dalla  libera accoglienza delle proprie pulsazioni interiori: “il mio processo di pittura  è anche meditativo, somiglia al mandala buddista, dove le forme, le variazioni del colore sgorgano da motivazioni interiori. Il processo nasce dall'urgenza di dare espressione e forma a qualcosa  di nuovo, unico.” , bisogna quindi dare ascolto e  libertà a queste urgenze?
 Se è cosi, come  avviene il controllo dell'opera, quando ottieni  la visione finale? Dal momento che tu sei propensa ad accogliere e a valorizzare la casualità e l'imprevisto nel fare, e ami “quando il quadro si fa da solo”, non ti è più difficile,  stabilire la fine del processo creativo di un'opera?
 
A: Le casualità per me sono uno strumento di lavoro. Cerco di lasciarle accadere, non mi oppongo. Casualità che spesso sono semplici gocce di colore che cadono sulla  superficie, un colore che asciugandosi cambia il suo tono (che è una caratteristica dell'acrilico). Le casualità spesso mi guidano, mi danno idee. In qualche modo mi aiutano a creare l'immagine. Per esempio fisso l'orizzonte sulla linea delle gocce di colore. Dall'area di colore applicato liquido e poi asciugatosi irregolarmente creo un lago.
Io sono abituata a lavorare su molti quadri contemporaneamente, il lavoro va a cicli. Lavoro su alcuni quadri, non guardando altri, poi ritorno a quegli altri e dimentico i precedenti. Per capire se un quadro è finito mi aiuta una pausa, cerco di non guardarlo, di dimenticarlo per un po'. Però iniziare un quadro nuovo è sempre più facile per me, più interessante perché è una cosa fresca, una storia nuova. Il quadro nuovo spesso porta una idea nuova ed è  un generatore di altre nuove idee.
 
F: Agnese, il tuo lavoro è estremamente autobiografico, si scorgono frammenti di paesaggi esistenti  ai quali tu hai ridato vita; luoghi  possibili nell' ora in cui “i pensieri smettono di volare. E scendono.”. Si può parlare di astrattismo concreto?
 
A: Si, nel che nei miei quadri metto insieme pezzi esistenti creando qualcosa di non esistente, o forse esistente.
Amo gli spazi della natura dove ancora si sente la superiorità della natura sopra uomo. Quei posti mi danno la sensazione di essere in un tempio. Sono posti magici, l'aria sembra pulsare; tutto intorno è vivo, si muove. Il silenzio di tutto ciò, che non è per niente tranquillo, non è per niente silenzioso.  Voglio portare nel miei quadri un po' di questa magia. Io amo le ore prima del sorgere del sole e quelle del primo buio.
 
F: Senza entrare nel merito di cosa s’ intende per opera d'arte, poiché entrano in campo molte variabili, tra cui la cultura  e il gusto, ma parlando più in generale, per te che funzione ha l’opera d'arte oggi?
Te lo chiedo  perché in questo periodo é un interrogativo sul quale sto riflettendo: è un mio pensiero costante.
La mia aspettativa è quella di trovare nell'opera d'arte:  una connessione tra l’opera e l'artista, tra l’opera e chi la guarda, tra l’opera e il mondo. E una volontà comunicativa.
Inoltre, a mio avviso, l'opera deve essere portatrice di  un pensiero. Deve rifuggire dal mero esercizio di stile, noioso e  autocelebrativo che sfocia spesso nel manufatto artigianale e nella decorazione  nonché dalla sterile esigenza del mercato. Altrimenti non capisco il suo senso nel mondo.  Tu come la pensi ?
 






A: Certo che un'opera deve portare un messaggio, in qualche modo deve essere come una traccia che attraversa l'uomo e lo ferisce positivamente, cioè aumentando la sua consapevolezza. L’importante è che l'opera d'arte crei un sommovimento emozionale/intellettuale dentro l'uomo arricchendo il suo mondo interiore. A volte può avere addirittura la forza di dare risposte o far capire qualcosa.
Una volta, dopo aver osservato per lungo tempo un mio quadro, una donna mi disse: “Nei tuoi quadri rivedo le mie paure”. È capitato diverse volte che mi abbiano detto che i miei quadri sono inquietanti e lo dicevano quasi scusandosi. Ma io ringraziavo perché sono anche quelli i complimenti che voglio ricevere, forse quelli che preferisco.
L'artista è come un lucchetto tra la spiritualità-anima e l'artigiano, appeso a quello che succede nel mondo. Se manca l'anima, l'opera sta ferma lì, muta, diventa un oggetto con cui coprire un buco nella parete o sopra il quale tagliare le cipolle e, per carità, servono pure quelle cose. L'insieme di questi oggetti influenza l'intelligenza comune. Per me l'arte è una cosa serissima, non è un gioco o un divertimento.
 
F: In quanto artista ti senti una responsabilità nei confronti del mondo?
 
A: Molto. Più il tempo passa più mi sento responsabile. Sento che devo essere onesta nei confronti del mondo, nei confronti dell'arte, nei confronti di me stessa. La mia responsabilità è fare  le cose che considero coerenti con la mia interiorità. Ascoltare più me stessa che gli altri. Cerco di superare la paura di andare in una direzione sconosciuta. Cerco di dimenticare completamente gli spettatori e o il pubblico che poi guarderà miei lavori. È questo tentativo di coerenza, onestà e indipendenza, la mia responsabilità.
 

sabato 1 marzo 2014

ALCHIMIE


Stilista: Giulia Marani
Artista: Giulio Zanet
Video: Tamara Gasparini
A cura di Francesca Pergreffi

Negli spazi del laboratorio di chimica della Galvanotecnica Bugatti, utilizzato in passato per la galvanizzazione dei metalli, è esposta la collezione Alchimie, full winter 2014 -15, nata dalla collaborazione della stilista Giulia Marani con l’artista Giulio Zanet.
Tra gli antichi scaffali del gabinetto, le maglie dialogano armonicamente con le tele dell’artista e con i video che mostrano alcune fasi della creazione della collezione.
L’atmosfera del luogo è carica di elettricità: le pennellate accese, dense e vibranti delle opere fanno eco alla ricercatezza dei filati, e ai tessuti dagli accostamenti raffinati delle maglie. Il mondo di Giulia Marani e la poetica di Giulio Zanet s’incontrano e ne nasce un’Alchimia piena di energia e di colore. Entrambi s’interrogano sul rigore della forma, che nel caso dell’artista si spinge nella decostruzione che tende all’astrazione, e nel caso della stilista alla pulizia e al rigore della linea. Questa essenzialità istantanea cela una ricerca continua: sui materiali, Giulia Marani; sulla rielaborazione della figura e dello spazio, Giulio Zanet.
Le maglie/Giulia Marani e le opere/Giulio Zanet sono porzioni di una formula alchemica che unendosi sprigionano una carica elettrica … una potente scossa chimica.
Chi entra nel laboratorio s’immerge in universo fatto di silenzio e di ricerca dove tutti gli elementi
- maglie, opere, video - sono disposti tra loro in maniera dialettica, pur rimanendo fedeli alla loro natura differente, e concorrono simultaneamente per una visone globale effervescente, vivace … galvanizzata.

Francesca Pergreffi





Giulia Marani
Nasce nel 1984 a Correggio, piccola città emiliana, in una terra florida di gente generosa piena di coraggio, fantasia e passione. A partire dal 2006 inizia a lavorare in Marex, azienda di famiglia con trent'anni di successi nel campo dell'abbigliamento, e affianca il padre stilista Angelo. La sua filosofia di lavoro, riassumibile nelle parole "ricercare" e "creare", è portata avanti con energia e creatività.
Giulio Zanet
Nasce a Colleretto Castelnuovo nel 1984. Vive e lavora a Milano; tra le sue esposizioni: Growing In Lightness, Kaleidoskop, Berlino; Master Of Brera, Liu Hiusu Art Museum, Shangai. Tra le sue premiazioni: secondo premio Premio Italian Factory, First Gallery, Roma 2010; finalista Premio Celeste, Bologna, 2011; finalista PREMIO LISSONE, Museo Lissone, 2012.